Quando si parla di sindrome dell’intestino irritabile (IBS), uno degli approcci nutrizionali più conosciuti è la dieta a basso contenuto di FODMAP.
Negli ultimi anni, però, la ricerca sta mostrando un quadro più complesso. Non tutte le persone con IBS rispondono allo stesso modo alla riduzione dei FODMAP e stanno emergendo dati interessanti sul possibile ruolo di altri carboidrati, in particolare saccarosio e amido.
Questo non significa che zuccheri e alimenti ricchi di amido debbano essere eliminati in presenza di intestino irritabile. Significa, piuttosto, che dietro sintomi apparentemente simili possono esserci meccanismi differenti e che la strategia alimentare dovrebbe essere il più possibile personalizzata.
FODMAP è l'acronimo di Fermentable Oligosaccharides, Disaccharides, Monosaccharides And Polyols: un gruppo di carboidrati fermentabili a corta catena presenti naturalmente in numerosi alimenti.
In alcuni soggetti questi composti vengono assorbiti in maniera incompleta nell'intestino tenue. Possono quindi aumentare la quantità di acqua presente nel lume intestinale e, raggiungendo il colon, essere rapidamente fermentati dalla flora batterica con produzione di gas.
In una persona con IBS, soprattutto in presenza di una maggiore sensibilità viscerale, distensione e modificazioni del contenuto intestinale possono contribuire alla comparsa di gonfiore, dolore addominale, meteorismo e alterazioni dell'alvo.
La dieta low-FODMAP dispone attualmente di una base di evidenze molto più ampia rispetto ad altre diete di esclusione studiate nell'IBS.
Questo è un punto importante.
Il saccarosio, cioè il comune zucchero da tavola, e l'amido presente, per esempio, in cereali, pane, pasta, riso e patate non vengono normalmente classificati come FODMAP.
In condizioni fisiologiche vengono infatti digeriti prevalentemente nell'intestino tenue.
Perché, allora, alcune ricerche stanno studiando anche la loro riduzione nei pazienti con IBS?
Una delle possibili spiegazioni riguarda un enzima intestinale chiamato sucrasi-isomaltasi.
La sucrasi-isomaltasi è un complesso enzimatico localizzato sull'orletto a spazzola degli enterociti, le cellule che rivestono l'intestino tenue.
Partecipa alla digestione del saccarosio e di alcuni prodotti derivanti dalla digestione dell'amido.
La carenza congenita grave di questo enzima è una condizione rara. Più recentemente, però, sono state individuate alcune varianti genetiche associate a una riduzione parziale della sua attività anche in una parte dei pazienti con IBS.
Se l'attività della sucrasi-isomaltasi è ridotta, una quota maggiore di carboidrati può sfuggire alla digestione nell'intestino tenue e raggiungere il colon.
Qui diventa substrato per la fermentazione batterica, con possibili conseguenze quali produzione di gas, richiamo di acqua, distensione intestinale e comparsa di sintomi.
È quindi possibile che, almeno in un sottogruppo di pazienti, la digestione non ottimale di saccarosio e di alcuni prodotti dell'amido contribuisca alla sintomatologia.
Questa ipotesi potrebbe contribuire a spiegare anche una delle osservazioni più interessanti della pratica clinica: non tutti i pazienti con IBS rispondono nello stesso modo alla dieta low-FODMAP.
Saccarosio e amido, infatti, non vengono specificamente eliminati da una dieta low-FODMAP.
Alcune ricerche hanno suggerito che i portatori di varianti della sucrasi-isomaltasi associate a una minore attività enzimatica potrebbero avere una probabilità inferiore di rispondere alla sola riduzione dei FODMAP.
Si tratta di un campo di ricerca ancora in evoluzione e non di un'indicazione a eliminare automaticamente questi alimenti.
Negli ultimi anni è stata studiata anche la cosiddetta Starch- and Sucrose-Reduced Diet (SSRD), cioè una dieta caratterizzata dalla riduzione di amido e saccarosio.
I primi risultati sono interessanti.
Una recente network meta-analysis, che ha confrontato differenti interventi dietetici nell'IBS, ha incluso 28 studi randomizzati per un totale di 2.338 pazienti.
Per il miglioramento globale dei sintomi, la dieta a ridotto contenuto di amido e saccarosio si è posizionata molto bene rispetto alla dieta abituale.
Ma questo risultato richiede una precisazione fondamentale: la SSRD è stata valutata soltanto in due studi, mentre la dieta low-FODMAP disponeva di 24 studi randomizzati.
Non possiamo quindi concludere che ridurre amido e saccarosio sia più efficace della dieta low-FODMAP. Possiamo invece considerarla una strategia promettente che necessita di ulteriori studi.
Un ulteriore dato interessante arriva da uno studio pubblicato nel 2026 su Gastro Hep Advances, che ha analizzato 14.186 pazienti con IBS inseriti in un programma digitale strutturato della durata di tre settimane.
Il programma non prevedeva soltanto una dieta low-FODMAP.
L'intervento comprendeva una riduzione di FODMAP, amido e saccarosio, insieme al supporto continuativo di un nutrizionista-coach, materiale educativo, ricette, strumenti per la pianificazione dei pasti, supporto tra pari, attività fisica e tecniche di mindfulness.
Al termine delle tre settimane, il punteggio medio dell'IBS Severity Scoring System (IBS-SSS) è passato da 287,3 a 188,3 punti, con una riduzione di circa 99 punti.
Sono migliorati anche i sintomi extraintestinali e i punteggi relativi ai sintomi depressivi.
Sono risultati interessanti, soprattutto considerando l'elevato numero di partecipanti.
Questo studio presenta però un limite importante.
Non si trattava di uno studio randomizzato controllato e i partecipanti hanno ricevuto contemporaneamente diversi interventi.
Non è quindi possibile stabilire quanto del miglioramento sia attribuibile alla riduzione dei FODMAP, quanto alla riduzione di amido e saccarosio e quanto invece al supporto nutrizionale, all'attività fisica, alla mindfulness, all'educazione alimentare o all'interazione tra queste componenti.
Il risultato più interessante potrebbe essere proprio un altro: nell'IBS intervenire contemporaneamente su alimentazione e stile di vita può essere più sensato che concentrarsi esclusivamente su una lista di alimenti da eliminare.
Oggi l'IBS viene considerata un disturbo dell'interazione intestino-cervello.
La comparsa dei sintomi può essere influenzata da molteplici fattori: composizione dei pasti, quantità ingerite, fibre, fermentazione intestinale, motilità, sensibilità viscerale, stress e caratteristiche individuali.
Due persone che riferiscono gonfiore dopo aver mangiato possono quindi avere meccanismi completamente differenti alla base dello stesso sintomo.
Ed è proprio per questo che una dieta eccessivamente standardizzata rischia di trasformarsi in una lunga lista di esclusioni senza individuare il vero problema.
La dieta low-FODMAP può rappresentare uno strumento utile nella gestione dell'IBS, ma non dovrebbe essere interpretata come una dieta da seguire rigidamente e indefinitamente.
Quando viene utilizzata, alla fase iniziale di riduzione dei FODMAP dovrebbe seguire una progressiva reintroduzione degli alimenti, con l'obiettivo di individuare le tolleranze individuali e raggiungere la maggiore varietà alimentare possibile.
Allo stesso modo, le nuove ricerche su amido, saccarosio e sucrasi-isomaltasi non significano che chi soffre di IBS debba eliminare automaticamente pane, pasta, riso, patate, frutta o zuccheri.
Al contrario, queste conoscenze rafforzano un principio fondamentale della nutrizione clinica: non bisogna eliminare più alimenti, ma capire meglio quali fattori contribuiscono realmente ai sintomi della singola persona.
La strategia nutrizionale dovrebbe quindi partire dalla storia clinica e alimentare, dalle caratteristiche dei sintomi e dalla risposta individuale agli alimenti, evitando restrizioni non necessarie.
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