La Sindrome dell’Intestino Irritabile (Irritable Bowel Syndrome, IBS) rientra nella più ampia categoria dei disturbi funzionali gastrointestinali. Attualmente la essa è definita come “un disturbo funzionale intestinale in cui il dolore o il fastidio addominale sono alleviati dalla defecazione e associati ad un cambiamento della frequenza delle evacuazioni e/o della consistenza delle feci (in senso stitico, in senso diarroico o in entrambi)”.

È noto da tempo che molti carboidrati a catena corta possono indurre sintomi addominali simili a quelli dei pazienti con IBS. È stato ipotizzato che limitare l’assunzione di tutti i carboidrati a catena corta che vengono assorbiti lentamente o non digeriti nell’intestino tenue dovrebbe essere considerati insieme perché tutti hanno effetti simili sull’intestino dilatando il lume. Questi gruppi di carboidrati sono stati chiamati nel loro insieme FODMAPs, che è l’acronimo di Oligosaccaridi, Disaccaridi, Monosaccaridi e Polioli Fermentabili. Negli ultimi 12 anni, i meccanismi di azione, il contenuto alimentare dei FODMAP e, tra gli altri aspetti, l’efficacia della dieta sono stati intensamente studiati. In molte parti del mondo, la dieta a basso contenuto di FODMAP è oggi considerata una terapia di prima linea per l’IBS.

Lo sviluppo della dieta low-FODMAP ha richiesto non solo ampi dati sulla composizione degli alimenti, ma anche l’istituzione di “valori soglia” per classificare gli alimenti come a basso contenuto di FODMAP. Questi valori soglia si riferiscono a ciascun FODMAP particolare presente in un alimento, compresi gli oligosaccaridi (fruttani e galattani), i polioli (mannitolo e sorbitolo), il lattosio e il fruttosio. I valori di cutoff sono stati ricavati considerando i livelli di FODMAP nelle tipiche porzioni di alimenti che comunemente scatenano sintomi in individui con sindrome dell’intestino irritabile, così come cibi generalmente ben tollerati. L’affidabilità di questi valori di cutoff FODMAP è stata testata in una serie di studi dietetici. Lo sviluppo delle tecniche per quantificare il contenuto FODMAP degli alimenti ha notevolmente migliorato la nostra comprensione della composizione degli alimenti. La composizione FODMAP è influenzata dalle tecniche di lavorazione degli alimenti e dalla selezione degli ingredienti. Negli Stati Uniti, l’uso di sciroppi di mais ad alto contenuto di fruttosio può contribuire ai più elevati livelli di FODMAP rilevati in alcuni alimenti trasformati. Poiché le tecniche e gli ingredienti per la lavorazione degli alimenti possono variare da un paese all’altro, sono necessari dati più completi sulla composizione degli alimenti affinché questa dieta sia più facilmente implementata a livello internazionale.

La dieta a basso contenuto di FODMAP per diventare una valida terapia di prima linea per IBS, deve essere fatta sotto la guida di un nutrizionista/dietologo. È importante sottolineare che la diagnosi di IBS deve essere confermata prima dell’inizio dell’approccio dietetico. Se si ritiene necessaria una dieta a basso contenuto di FODMAP, dovrebbe essere solo per un periodo iniziale di 4-6 settimane. La ricerca suggerisce che una dieta low-FODMAP a lungo termine può avere un impatto negativo sull’assunzione di micronutrienti come il calcio e sul microbiota intestinale. Infatti, dati recenti suggeriscono che la dieta riduce marcatamente la concentrazione di Bifidobacteria luminale, e ci sono prove limitate che riduce l’abbondanza di batteri totali e la concentrazione di altri gruppi batterici, come ad esempio, Faecalibacterium prausnitzii. Infine, nonostante l’evidenza della sua efficacia clinica nei pazienti con IBS, la natura restrittiva della dieta potrebbe rappresentare un onere significativo per i pazienti, limitando in tal modo i miglioramenti o addirittura peggiorando la qualità della vita correlata alla salute. In conclusione, mentre prove solide supportano l’efficacia clinica della dieta low-FODMAP, è importante, considerando la probabilità del suo continuo uso diffuso nell’IBS e in altri disordini funzionali dell’intestino, che estendiamo la nostra comprensione dell’impatto della dieta sugli endpoint che può avere conseguenze potenziali per la salute a lungo termine.

 

 

 

Bibliografia