L’obesità è il disordine nutrizionale e metabolico più comune in età pediatrica nei Paesi industrializzati. L’aumento dei livelli dell’obesità (sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo), secondo recenti dati dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), è salito da 4,2% del 1990 a 6,75 del 2010 e si stima che nel 2020 arriverà a 9,1%.

In Italia, il numero dei bambinio obesi è elevato e varia da10-30%, in funzione dell’età, del sesso, dell’area geografica di residenza. Vi sono più obesi tra i bambini più grandi rispetto a quelli più piccoli, tra i maschi rispetto alle femmine e nelle regioni meridionali delpaese rispetto al nord.

L’obesità consegue ad un prolungato squilibrio tra l’assunzione di calorie rispetto alla loro utilizzazione (ossidazione). L’eccesso di apporti rispetto ai fabbisogni, soprattutto in grassi e carboidrati, comporta un aumento dei depositi lipidici.

Le cause di questo squilibrio sono molteplici, di carattere genetico e ambientale, responsabili ciascuna di circa il 50% del rischio totale, e sono tra loro integrate.

Tra i fattori predisponenti all’obesità ricoprono un ruolo di rilievo il peso alla nascita, l’allattamento e lo svezzamento.

Per esempio, l’obesità materna in gravidanza e il diabete gestazionale creano un ambiente intrauterino in cui il feto è ipernutrito. L’ipernutrizione porta ad un incremento sia glicemico che insulinemico nel feto, che promuove l’adipogenesi e si traduce nell’elevato peso alla nascita e in disordini metabolici nel periodo postnatale.

Anche un basso peso alla nascita (< 2,5 Kg, che è il risultato dell’adattamento fetale a una condizione di ridotta nutrizione sviluppata in utero), può essere correlato allo sviluppo di patologie metaboliche come il diabete tipo II e, se accompagnato ad una elevata velocità di crescita ponderale nei primi mesi di vita, anche ad obesità nelle età successive.

Dopo la nascita, il tipo di adattamento con latte materno o latte adattato gioca un ruolo fondamentale nel favorireo meno lo sviluppo dell’obesità nell’adulto. In particolare, l’allattamento al seno, soprattutto se prolungato oltre il sesto mese di vita, è un fattore protettivo nei confronti dell’obesità. E’ stato, infatti, osservato in numerosi studi che il rischio di diventare obesi nei bambini allattati al seno rispetto agli altri è inferiore del 15-20%. Questo si accompagna anche a un rischio inferiore di sviluppare diabete, ipertensione, ipercolesterolemia da adulti.

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Il crescente aumento dell’obesità infantile nel mondo suggerisce l’importanza di identificare, nel gruppo di bambini obesi, quei soggetti maggiormente a rischio di sviluppare le complicanze metaboliche dell’eccesso ponderale e di sottoporli ad idoneo trattamento che possa essere risolutivo. A tal fine, è utile applicare, basandosi su semplici parametri antropometrici e/o clinici, dei metodi di selezione per identificare sottocampioni di soggetti a rischio metabolico. Un parametro assai utile è il rapporto vita/altezza, che quando superiore a 0,5 è indice di positività per fattori di rischio cardiovascolare, indipendentemente da età, sesso,etnia. Inoltre, l’uso di semplici parametri di laboratorio comunemente eseguiti, come glicemia, trigliceridemia e ALT, consentono di selezionare sottogruppi di soggetti a maggior rischio di intolleranza glucidica (IGT) e steatosi epatica (NAFLD), con evidenti vantaggi in termini economici e organizzativi.

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